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Pista
ciclabile della Val Cellina
di
Walter Coletti
Nel
1995, nell’ambito del Piano Provinciale della Viabilità, la Provincia
di Pordenone ha redatto anche il Piano sulla Viabilità Ciclabile: non
si tratta di un piano completo, ma dell’individuazione di itinerari
che percorrono il territorio toccando quanto di meglio esso può
offrirci, tramite l’utilizzo di viabilità che dal punto di vista
“ciclistico” presentano caratteristiche di pendenza e fondo stradale
confacenti al mezzo utilizzato.
Molto
spesso i tracciati prescelti coincidono con gli itinerari minori che
pervadono il territorio da sempre, che collegavano in passato abitati e
località della nostra provincia, conseguendo l’obiettivo di
recuperare una trama di viabilità
e che nascevano dall’esigenza di comunicare con mezzi e con
modi che oggi non si usano più.
Oggi
questi itinerari, abbandonati dal traffico automobilistico che predilige
viabilità più veloci, presentano garanzie di sicurezza maggiore per il
ciclista o il pedone ed inoltre toccano luoghi del nostro territorio
suggestivi e ormai quasi sconosciuti.
Uno
dei tracciati individuati nel piano della viabilità ciclabile è la
Vecchia Strada della Val Cellina, quel tratto di strada di circa 7,5 Km
che parte dall’inizio del viadotto che porta alla galleria del Monte
Fara, località Ravedis, in comune di Montereale, sino alla galleria di
Ponte Antoi in quel di Barcis, compresa la deviazione per Andreis al
bivio Molassa.
Questo
tratto stradale ha una storia antica e suggestiva ed è il risultato del
lavoro di migliaia di persone nell’ambito del cantiere per lo
sfruttamento delle risorse idriche del torrente Cellina e del suo
affluente di sinistra, torrente Molassa, di cui la viabilità era la
pista di servizio alle installazioni, all’epoca in via di costruzione.
Inizialmente
lo sfruttamento della valle fu indirizzato solo per scopi industriali e
in un secondo tempo anche irrigui.
Nel
1911 un consorzio composto dai Comuni di Montereale Valcellina, Barcis,
Aviano e Pordenone, giunse ad un accordo con la Società italiana per
l’utilizzo delle
forze idrauliche del Veneto, proprietaria degli impianti idroelettrici e
della strada di accesso, che nel frattempo aveva completato i lavori per
la carrabilità del collegamento.
L’intesa
prevedeva l’acquisizione dei tratti di estremità
dell’infrastruttura da parte del consorzio e l’assoggettamento a
servitù perpetua di pubblico
passaggio sul tronco centrale (il cui piano rotabile
insiste prevalentemente sul canale idraulico derivato dalla diga
di Ponte Molassa), che rimaneva di proprietà della succitata Società.
L’accordo,
di fatto reso operativo fin dal primo decennio del secolo, venne
formalizzato nel 1923.
Con
il procedere della modernizzazione dei trasporti e con l’aumentare
delle necessità di mobilità si rese necessario allargare e rettificare
la strada, per lo più realizzata negli anni ’50.
Vennero
costruite alcune gallerie al fine di aggirare speroni rocciosi ed i
resti dei vecchi percorsi a sbalzo sulle ripide pareti si possono
scorgere ancor oggi.
Nel
1954, con la costruzione della centrale idroelettrica, la sede stradale
in corrispondenza
dell’attraversamento del Cellina abbandonò il coronamento della
vecchia diga per utilizzare il nuovo ponte e la galleria della centrale.
In
questo periodo venne effettuata la costruzione del nuovo tratto stradale
fra la confluenza della Molassa e l’abitato di Barcis.
Quanto
sopra riportato dovrebbe far capire il valore in termini di storia e
vita che questo tratto di strada rappresenta, ma ancor di più lo
dimostrano gli elementi di ingegneria, la strada canale, le gallerie,
sia quelle artificiali che quelle scavate in roccia viva, gli archi che
sostengono il canale, ed i molti manufatti realizzati per rendere
possibile quel tracciato.
Ma
la Val Cellina non è solo storia e archeologia industriale, è anche
ambiente puro ed incontaminato: ci troviamo nell’ambito di un SIC,
Sito di Interesse Comunitario, quello della forra del torrente Cellina.
La
chiusa rappresenta uno dei canali più interessanti dell’intero arco
alpino con magnifici esempi di erosione fluviale fossile, con marmitte
dei giganti di notevoli proporzioni lungo le pareti calcaree
strapiombanti sul corso d’acqua sottostante; in alcuni tratti,
inoltre, la distanza tra le pareti opposte raggiunge valori minimi e
tali da far assumere alla valle una conformazione ad “orrido”
percepibile solamente percorrendo la vecchia statale ora dismessa.
Si
ammira così un “monumento naturale” di singolare bellezza ed
intatta selvatichezza, conservatosi grazie alla particolare impervietà
dei versanti che non hanno consentito di fatto alcun inserimento
antropico, con l’esclusione della strada e di alcune infrastrutture
tecnologiche.
L’habitat
che oggi si può osservare trova nel climax particolare di una valle
stretta e profonda, quale quella del Cellina, le sue ragioni evolutive e
tipologiche.
Ma
un fattore di definizione degli ambiti a scala sia macroscopica che
microscopica è, senza dubbio, la morfologia articolata dei versanti.
Lungo
la valle, a scala macroscopica, si riconoscono le seguenti principali
forme morfologiche: la forra è il tratto compreso dalla diga di Barcis
alla diga della centrale.
Le
pareti sono quasi verticali e raggiungono, in sinistra orografica,
direttamente la sommità del versante, mentre in destra proseguono con
un piano monoclinalico fino alla cima del Montelonga.
Dopo
la forra in senso stretto i versanti presentano una configurazione molto
diversa, condizionati dalla stratigrafia locale: strati a franapoggio in
destra orografica e strati a reggipoggio in sinistra orografica. La
logica conseguenza morfologica è data da un
versante in sinistra fortemente più ripido. La parete della
Croda del Pic è una parete subverticale che taglia trasversalmente la
valle e raggiunge un’altezza di 300-350 m. Ai suoi piedi scorre il
rugo omonimo, che costituisce uno dei principali affluenti del Cellina.
Le incisioni minori dei piccoli rii sono dei tagli netti quasi
rettilinei, impostati prevalentemente lungo faglie o diaclasi
principali. Quelli più stretti fungono da colatoi dei detriti
clastici prodotti dalle rocce fortemente fratturate.
Sono
aste che, in destra orografica, incidono profondamente la roccia per
tratti prevalentemente brevi e che terminano sul ciglio roccioso che
delimita la parte bassa del versante. In sponda sinistra le
incisioni sono più lunghe e raggiungono la sommità del Monte Fara.
Il
torrente è confinato all’interno delle marmitte giganti della forra
fino alla confluenza della Molassa, per poi scorrere in un materasso
alluvionale con un andamento ondivago man mano che scende a valle. Lungo
le sponde, per un lungo tratto, sono visibili marmitte residuali a quote
diverse.
L’assetto
della vegetazione all’interno del SIC comprende una pluralità di
situazioni determinate dalla grandezza del sito (240 ettari distribuiti
su oltre mille metri di dislivello). La presenza delle piante
all’interno della forra è condizionata da numerosi fattori, ma
i più caratteristici sono la bassa assolazione (parametro
sintetico che consegue alla
pendenza, alla giacitura, alla esposizione ed all’orizzonte
apparente), la verticalità delle pareti, il grado di umidità ed altri
fattori secondari come la ventosità,
ecc. Sinteticamente gli elementi
caratterizzanti sono costituiti dalle specie litofile che riescono a
vivere sulle pareti verticali, spesso tipiche dell’orizzonte alpino.
Inoltre, all’interno della vegetazione di forra vanno segnalate le
presenze di numerosi esemplari di tasso (Taxus baccata).
Da
un punto di vista “ambientale” i dati sopra riportati si condensano
in un habitat che si modifica ad ogni passo, offrendo scorci e scenari
molto originali.
La
pendenza minima che caratterizza da un punto di vista viario tutto il
percorso consente di godere, con un non eccessivo sforzo, di un panorama
unico.
Lungo
il tracciato, oltre agli aspetti geologici, vegetazionali e faunistici,
è interessante osservare i manufatti che sono stati realizzati per
rendere possibile questo percorso: il sedime della stessa strada, che
ricordiamo corre su un canale ora dismesso di 5 m. di larghezza e 3 m.
di altezza, i manufatti di marginazione stradale con la loro serialità,
e gli sfioratori, meccanismi con chiuse necessari a mettere in secca il
canale in caso di manutenzione o a consentire lo sfioramento da essi
degli eccessi d’acqua.
Vi
sono inoltre le gallerie scavate in roccia viva in cui è possibile
vedere ancora le incisioni dei fiorini utilizzati per porre in opera le
cariche di dinamite da far brillare, nella parte della strada posta
sopra il bivio Molassa, mentre nella parte a valle le gallerie sono
realizzate in cemento a sezioni costanti.
Non
meno interessanti sono i tetti artificiali creati dall’asportazione
del piede a coni di roccia che ora appaiono al ciclista come pensiline
protese sopra il piano viario.
Uno
degli elementi che più colpisce in questo itinerario è la naturalezza
con cui questo tracciato si è insinuato nella valle, tale che in alcuni
punti si prova la
sensazione che quanto si vede sia sempre stato lì.
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